Diritto dell’Arte – Riflessioni sul documentario “Rugiada di Vita” del regista Giuseppe Arcieri: la vita e l’arte di Maria Picardi Coliac.
ll cortometraggio di Giuseppe Arcieri rappresenta un esempio raffinato di come il linguaggio audiovisivo possa farsi strumento non solo di narrazione, ma anche di tutela e valorizzazione della memoria artistica.
Arcieri, con uno sguardo giovane ma già maturo, restituisce la vita e la voce di Maria Picardi Coliac, artista barlettana prossima al secolo di vita, trasformandola in un patrimonio culturale condiviso. L’opera non si limita a raccontare una biografia: compie un gesto di ricomposizione, di ricucitura tra passato e presente, tra l’intimità del gesto creativo (dice l’Artista “l’arte è espressione di ciò che senti”) e la dimensione pubblica dell’opera d’arte.
Il titolo stesso del documentario, “Rugiada di Vita”, non è una scelta stilistica ornamentale: deriva da una raccolta di poesie e pitture della stessa artista, un corpus intimo e rivelatore che condensa la sua voce, la sua sensibilità e la sua capacità di trovare luce anche nelle stagioni più dure dell’esistenza.
Dal punto di vista contenutistico, il documentario tocca un tema che, anche per chi opera nel diritto dell’arte, è oggi di centrale rilevanza: il percorso di affermazione della donna nel mondo artistico.
Attraverso le parole e la testimonianza della Coliac, Arcieri mostra quanto questo cammino sia stato lungo, talvolta silenzioso, spesso non riconosciuto nelle sue piene potenzialità. La sua è la storia di una generazione di artiste costrette a misurarsi con un sistema culturale e istituzionale che solo lentamente ha imparato a riconoscere il valore della creatività femminile.
All’inizio del Novecento — e, in molte aree d’Italia, ancora nella seconda metà del secolo — il ruolo della donna nell’arte era segnato da una marginalizzazione quasi strutturale. Le istituzioni culturali, i circuiti espositivi e il mercato tendevano a riconoscere autorevolezza e legittimazione quasi esclusivamente agli artisti uomini; le artiste, pur presenti, erano spesso relegate a ruoli considerati “minori” o comunque estranei alla sfera pubblica dell’arte ufficiale. L’accesso alle accademie era limitato, le esposizioni personali rarissime, le recensioni critiche affidate a un pregiudizio latente che confondeva talento e “dilettantismo femminile”.
È in questo contesto che assume significato la scelta di Maria Picardi Coliac di firmarsi con la sola iniziale “M.Picardi”, non rivelando il suo nome di donna: un gesto che oggi potrebbe apparire come una rinuncia identitaria, ma che allora costituiva un vero e proprio espediente di sopravvivenza culturale. “Bisognava illudere i galleristi”, ricorda l’artista: bastava che un nome rivelasse l’identità femminile perché porte già strette si chiudessero del tutto. L’iniziale diventava così un diaframmasottile tra l’artista e il suo tempo: un modo per consentire all’opera di circolare, di essere valutata per la sua qualità e non filtrata da pregiudizi di genere.
Questa pratica, condivisa da molte artiste dell’epoca, testimonia non solo la forza creativa necessaria per affermarsi in un clima ostile, ma anche la significativa asimmetria di un sistema dell’arte che, fino a pochi decenni fa, tollerava le donne soprattutto come muse o custodi domestiche della bellezza, più raramente come autrici legittimate. Ripercorrere oggi la vicenda di Maria Picardi Coliac significa quindi riconoscere il valore di una generazione che, aggirando gli ostacoli con intelligenza e determinazione, ha reso possibile la piena apertura del panorama artistico contemporaneo alla pluralità delle voci femminili, sebbene, ancora oggi (come dicevo in una conversazione a caldo con il Regista) ci sia ancora un substrato di diffidenza nei confronti delle donne artiste, professioniste e lavoratrici in generale.
Oggi, mentre il mercato e le istituzioni artistiche sono sempre più sensibili ai temi della parità e della rappresentanza, storie come quella della Coliac assumono un valore quasi giuridico oltre che culturale: ricordano la necessità di proteggere, documentare e promuovere le voci che rischiano di essere marginalizzate.
La storia di Maria Picardi Coliac si legge anche nel suo uno stile pittorico altrettanto singolare e significativo, come si può scorgere in alcune opere presenti nel documentario (che ho avito l’onore di ammirare dal vivo): Maria Picardi Coliac dipinge su supporti inusuali – tele di lana, sacchi, materiali poveri e materici – trasformandoli in superfici pulsanti di vita. Dipinge le maternità, come un’affermazione della figura della donna; in ogni sua opera, inoltre, ricorrono le mani: mani che si cercano, mani che sorreggono, mani che proteggono. Veri e propri “giochi armonici” che diventano il tratto distintivo della sua poetica, simbolo di cura, di relazione e di una maternità intesa come gesto universale prima ancora che iconografia figurativa.
Dunque, Maria Picardi Coliac diviene simbolo ed esempio di resilienza culturale, insieme ad altre artiste e professioniste del suo tempo (Carol Rama, Grazia Varisco e Dadamaino, Margherita Manzelli, Letizia Battaglia, Ketty La Rocca etc..)
Dunque, complimenti Giuseppe Arcieri perchè Rugiada di vita diviene non solo un omaggio a un’artista grandissima, ma un atto di consapevolezza collettiva su come il diritto, l’arte e la memoria si intreccino nel percorso verso una reale inclusione.
Avv. Sabina Grisorio
